1914




Quando il 28 giugno 1914 il patriota serbo Gavrilo Princip uccide a Sarajevo l’erede al trono imperiale d’Austria-Ungheria, arciduca Francesco Ferdinando e sua moglie Sophie Chotek, nessuno può immaginare che da lì a breve il mondo intero si ritroverà presto coinvolto in un vortice impazzito di guerra e distruzione.

La tensione fra impero austro-ungarico e Serbia sale a tal punto che ben presto i due paesi si ritrovano in guerra l’uno contro l’altro. Potrebbe essere una delle tante guerre locali, ristrette contenute di cui gli anni precedenti erano stati costellati. Non era neanche il primo omicidio “eccellente” che avveniva in quegli anni.

Invece, da potenziale piccola guerra locale il conflitto si allarga a macchia d’olio. L’impero russo, alleato del piccolo regno di Serbia offre aiuto al suo alleato, schierandosi contro l’Austria-Ungheria. Accade così che fra il 28 luglio e il 12 agosto il meccanismo delle alleanze trascina in guerra Berlino, Mosca, Londra e Parigi: le grandi potenze europee, da tempo schierate su due grandi poli opposti, la Triplice Intesa e la Triplice Alleanza.

La paura di rompere l’idillio di pace ottocentesco, più che mai fittizio e posticcio, si rivela davvero fragile. Tutte le potenze europee, dopo una sfrenata corsa agli armamenti che durava ormai da anni, si sentono pronte a combattere questa nuova guerra, che in molti credono che sarà breve, e che sarà l’ultima: opinioni tragicamente sbagliate entrambe.

Da una parte gli Imperi centrali: Austria-Ungheria e Germania, a cui presto si unirà l’impero ottomano, dall’altra l’impero russo, la Francia e l’Inghilterra. L’Italia, legata da un’alleanza politica e militare ad Austria-Ungheria e Germania dichiara la propria neutralità, sfilandosi da queste prime fasi del conflitto, impugnando il trattato di alleanza vigente sostenendo che il proprio compito fosse stato quello di intervenire in una guerra d’aggressione ai propri alleati, mentre in questo caso era stata proprio l’Austria-Ungheria ad aggredire il regno di Serbia. Si tratta di uno sgarro politico che andrà ad incrinare sempre più i rapporti dell’Italia con i suoi ex alleati, portando presto ad un rapido e prevedibile cambio di accordi.

La guerra nel frattempo si sviluppa principalmente su tre fronti: mentre l’Austria-Ungheria attacca la Serbia, rea a suo giudizio di aver dato appoggio e solidarietà ai congiurati che organizzarono l’assassinio dell’erede al trono, ma il tenace esercito serbo si rivela un osso duro.

Del resto sono due i grandi fronti aperti: quello orientale che vede contrapposti gli imperi centrali alla Russia e quello occidentale, dove invece è la sola Germania ad affrontare le truppe congiunte di Francia ed Inghilterra.

L’Inghilterra infatti ha fatto sbarcare un proprio contingente sul continente per dare man forte ai suoi alleati, la Francia ed il Belgio, coinvolti in un grande attacco tedesco.

Nel grande disegno tattico tedesco, infatti, è prevista una grande offensiva di sei settimane verso la Francia, avvolgente, che attraversi il neutrale Belgio, per aggirare, isolandola dai porti sulla Manica, Parigi, costringendo in breve la Francia, priva così della propria capitale, alla resa. La grande preoccupazione tedesca, difatti, è quella di evitare una insostenibile guerra su due fronti, schiacciando la Francia prima che la Russia riesca a mettere in campo il suo enorme potenziale umano.

Il piano tedesco però, per vari motivi fallisce. Il coinvolgimento del neutrale Belgio si rivela un vero errore: la tenacia del piccolo esercito belga, giudicato da operetta, porta i tedeschi all’esasperazione, e all’utilizzo del terrore, lasciando dietro la propria avanzata paesi e città in fiamme e civili uccisi. Il corpo inglese e le truppe francesi, dopo un fallito contrattacco francese verso la Lorena, il famoso piano XVII, riescono ad arginare l’aggressiva avanzata tedesca alle porte di Parigi e a stabilizzare il fronte in una guerra di trincea logorante, con una linea continua che correva dal mare al confine con la Svizzera.

Sul fronte russo, nel frattempo, si combatte duramente. I russi avanzano pericolosamente verso la Prussia orientale tedesca con due possenti armate, ma cadono in una trappola perfetta, scattata al momento giusto, incappando in due pesantissime sconfitte, che ne riducono la forza combattente; le battaglie di Tannenberg (26-29 agosto) e dei Laghi Masuri (9-14 settembre). Miglior destino ha invece l’avanzata russa verso la regione della Galizia, facente parte dell’impero austro-ungarico, dove le truppe zariste sono arrivate a minacciare i Carpazi, e i confini naturali dell’impero asburgico, infliggendo agli austriaci una sconfitta a Leopoli il 3 settembre.

E’ ormai chiaro a tutti che l’illusione di una guerra breve è svanita. Gli eserciti si stanno dissanguando, spesso senza vincitori né vinti. Sul fronte occidentale si è già affermata la guerra di trincea, difensiva e logorante, e che fiacca ogni manovra e “fantasia” militare.

L’entrata in guerra dell’impero ottomano apre nuovi scenari di guerra anche in medio oriente e sul Caucaso, dove si affrontano così russi e turchi. Il mulinello impazzito del conflitto si va ampliando, senza accennare di fermarsi.


June 28, 1914 when the Serb patriot Gavrilo Princip in Sarajevo killed the heir to the imperial throne of Austria-Hungary, Archduke Franz Ferdinand and his wife Sophie Chotek, no one could imagine that shortly thereafter the whole world would soon find itself involved in a crazy vortex of war and destruction.

The tension between Austria-Hungary and Serbia rises to such an extent that soon the two countries find themselves at war against each other. It could have been one of the many local conflicts, restricted and contained, of which the previous years had been dotted. It was not even the first “notable” murder that took place in those years.

Instead, a potentially small local conflict spreads like wildfire. The Russian Empire, an ally of the small kingdom of Serbia offered help to its ally, siding against Austria-Hungary. Between July 28th and August 12th, the mechanism of alliances dragged Berlin, Moscow, London and Paris to war: the great European powers, long aligned in two great polar opposites, the Triple Entente and the Triple Alliance.

The fear of breaking the peace of the past century, more than ever fictitious and false, proved very fragile. All the European powers, after an unbridled arms race that had been going on for years, felt ready to fight this new war, which most believed would be short, and that it would be the last: both opinions proved to be tragically wrong.

On the one hand the Central Powers: Austria-Hungary and Germany, who would soon join the Ottoman Empire, on the other side the Russian Empire, France and England. Italy, linked by political and military alliance to Germany and Austria-Hungary declared its neutrality, abstaining from the early stages of the conflict, impugning the alliance treaty in force, claiming that its commitment had been to intervene in a war of aggression to its allies, while in this case it was the Austro-Hungarians attacking the Kingdom of Serbia. It is a political offense that increasingly deteriorates Italy's relations with its former allies, leading quickly to a rapid and predictable change of agreements.

The war in the meantime develops mainly on three fronts: while Austria-Hungary attacked Serbia, guilty in its opinion of having given support and solidarity to the conspirators who organized the assassination of the heir to the throne, but the tenacious Serbian army reveals itself a tough opponent.

Moreover, there are two large open fronts: the eastern one, which is disputed between the Central Powers and Russia and the West, which saw only Germany to face the combined forces of France and England.

England in fact landed a large contingent on the continent to assist its allies, France and Belgium, involved in a large German offensive.

In the German tactical master plan, a major six-week offensive to France was launched, enveloping the territory, passing through the neutral Belgium, isolating Paris from the Channel ports, thus depriving France of its capital, and forcing surrender. The big German concern, in fact, was to avoid an unsustainable war on two fronts, crushing France before Russia would be able to field its huge human potential.

The German plan, however, failed for various reasons. The involvement of neutral Belgium proved to be a real mistake: the tenacity of the small Belgian army, judged to be amateur at best, lead the Germans to exasperation, enforcing the use of terror, killing civilians and leaving behind their advance a trail of towns and cities in flames. The English and the French troops, after a failed counter on the French Lorraine, the famous Plan XVII, were able to stem the aggressive German advance at the gates of Paris and stabilize the front in an exhausting trench warfare, with a continuous line that ran from the coast to the border with Switzerland.

On the Russian front, meanwhile, the fighting is hard. The Russians advance dangerously towards German East Prussia with two mighty armies, but they fall in a perfect trap, sprung at the right time, running into two heavy defeats, which drastically reduce their fighting force; the battles of Tannenberg (August 26th to 29th) and the Masurian Lakes (9th to 14th September). Better fortune has the Russian advance towards the region of Galicia, part of the Austro-Hungarian Empire, where the Tsarist troops arrived to threaten the Carpathians, and the natural boundaries of the Habsburg empire, inflicting a defeat to the Austrians in Lviv on September 3rd.

It is now clear to everyone that the illusion of a short war has vanished. The armies are bleeding, often with no winners or losers. On the western front trench warfare has already been established, defensive and exhausting, rendering feeble every manoeuvre and military stratagem.

The descent into war of the Ottoman Empire opens new scenarios in the Middle East and the Caucasus, where Russians and Turks face each other. The vortex of the conflict is increasing with no signs of stopping.


1915



Il 1915 è l’anno dell’inizio del logoramento. La nuova guerra, in cui le armi moderne favoriscono nettamente la difensiva, impongono una guerra lenta, dispendiosa e sanguinosa. E’ difficile per un esercito avere la meglio in maniera decisiva sull’altro. E’ l’anno in cui la guerra viene sperimentata, dove cominciano ad essere usate per la prima volta i prodotti della chimica e della fisica, applicati allo sforzo bellico. Vengono difatti, per la prima volta, usati dai tedeschi i gas asfissianti, ad Ypres, il 22 aprile. L’effetto è devastante per i soldati francesi ed inglesi che lo inalano, ma il risultato militare desiderato dai tedeschi, lo sfondamento della linea, non si verifica.

L’Inghilterra intraprende una spedizione navale contro l’impero ottomano. Sbarca le sue truppe sulla penisola di Gallipoli, nei Dardanelli, per minacciare da vicino il cuore pulsante dell’avversario e indurlo alla resa. I turchi, difatti, stavano minacciando i possedimenti coloniali inglesi in Medio Oriente ed in Mesopotamia, con un dispendio da parte inglese, davvero ingente. Si confidava nella pochezza dell’esercito turco. La campagna invece si tramuta in una tragedia. Bloccati sulla costa, anche qui in un’estenuante guerra di trincea, i soldati inglesi, con quote di truppe australiane e neozelandesi, sono costrette ad una ritirata, dopo mesi di inutili assalti.

Nel frattempo sul fronte orientale le forze contrapposte hanno alterne fortune. La linea oscilla spesso, a fronte ora di una vittoriosa avanzata russa, ora di una vittoriosa controffensiva degli Imperi centrali. Per tutta la durata della guerra il fronte orientale, a differenza di quello occidentale, vivrà di grandi offensive di grandi spostamenti, alternando momenti di guerra di trincea a guerra manovrata: i grandi spazi delle pianure dell’est e la differente qualità dell’esercito russo rispetto a quello degli alleati, inglesi e francesi, in fatto di armi moderne, permisero questo ibrido.

Continuavano contemporaneamente alle battaglie militari anche gli scontri diplomatici. L’Austria-Ungheria tentò in diversi modi, anche con concessioni territoriali generose, prima di coinvolgere l’Italia nel conflitto, poi di mantenerla neutrale, quando ormai il sentore di un cambio di alleanze si stava palesando all’orizzonte. Tutte le offerte però furono rifiutate. Il Regno d’Italia si avviava verso un accordo segreto con Francia, Inghilterra e Russia. L’accordo firmato segretamente a Londra prevedeva un’entrata in guerra dell’Italia entro giugno del 1915. Per la propaganda si trattava del naturale prosieguo delle guerre risorgimentali, combattute tutte contro l’Austria. Le piazze italiane si infervorarono di manifestazioni. In piazza come in parlamento ebbero la maglio i chiassosi interventisti.

Fu così che anche l’Italia entrò in guerra, con un esercito non preparato alla guerra moderna che da poco meno di un anno si stava già sperimentando sugli altri fronti europei.

A capo del Regio esercito italiano c’è un generale che farà molto parlare di sé, per le sue concezioni tattiche e per il suo carattere ed approccio alla guerra: Luigi Cadorna. Il suo piano è semplice. Mentre sul fronte trentino si combatte una guerra difensiva, il grosso delle truppe italiane deve marciare verso est, in direzione di Lubiana, per cadere alle spalle dell’esercito austriaco schierato nei Balcani. La trionfale marcia italiana avrebbe così liberato quelle terre irredente, Gorizia e Trieste, che la propaganda voleva annesse all’Italia per il completamento del processo di unificazione cominciato dal Piemonte nel 1848. Ma le cose non vanno come programmate.

L’esercito italiano si dimostra non pronto, sia militarmente che mentalmente a questo nuovo tipo di guerra. Le concezioni strategiche sono vetuste, le armi moderne scarseggiano. I pochi austriaci in linea sul fronte hanno gioco facile a respingere le prime puntate offensive italiane. Sgomberata una larga fascia di terreno indifendibile, infatti, gli austriaci si sono ritirati in quota, dove già da tempo sono state predisposte linee difensive fortificate.

Un’altra cosa che i grandi propagandisti e i politici non avevano previsto è la indifferenza, se non addirittura ostilità della popolazione dei paesi “liberati” dagli italiani, che non danno ai soldati quell’accoglienza trionfale che era stata preventivata. Queste donne, questi anziani e questi bambini hanno padri, figli e mariti con l’uniforme austriaca al fronte, e spesso vivono l’avanzata italiana come un’invasione. La popolazione irredenta è una percentuale minore.

Nel 1915 l’esercito italiano scatena ben quattro offensive sul fronte friulano, una più sanguinosa dell’altra, nel tentativo di intaccare le linee difensive austriache. Iniziano così a venire sempre più ripetuti nei bollettini, negli articoli di giornale e nei reportage i nomi del Sabotino, del Podgora, del San Michele, del Sei Busi, del Carso… tutte località fortemente presidiate dagli austriaci posti sulla difensiva, che addirittura mantengono oltre l’Isonzo due teste di ponte, una a Tolmino e una a Gorizia, per difendere queste due importanti aree di approvvigionamento, dotate di ferrovia.

La guerra italiana così si sviluppa in attacchi dal basso verso l’alto, verso posizioni nemiche fortificate e munite di filo spinato a protezione. Per più di un anno il filo spinato rappresenterà un problema insormontabile per le truppe italiane, che non hanno i mezzi tecnici sufficienti per aprirsi varchi utili.

Le battaglie del 1915 sono le più terribili, poiché spesso combattute con concezioni tattiche superate: non sono rari i casi di grandi attacchi a ranghi serrati con banda a seguito delle truppe e ufficiali con le spade sguainate in testa, lanciati contro mitragliatrici incavernate, moderne artiglierie e trincee in cemento. Sarà l’anno delle pinze per tagliare i reticolati, dell’abbrutimento della guerra di trincea, dell’illusione infranta. Anche in Italia chi credeva ad una guerra veloce contro un avversario in difficoltà si deve presto ricredere.


1915 is the year of the beginning of attrition. The new war in which modern weapons clearly favour the defensive, impose a slow, costly and bloody war. It is difficult for an army to prevail decisively on the other. It is the year in which the war is experimented with, when the products of chemistry and physics applied to the war effort are starting to be used for the first time. In fact, for the first time, the Germans use poison gas, at Ypres on April 22nd. The effect is devastating for the French and British soldiers who inhale the poison, but the result desired by the German military, the breaking of the line, does not occur.

England embarked on a naval expedition against the Ottoman Empire, landing troops on the Gallipoli peninsula, in the Dardanelles, to threaten the heart of the Ottoman Empire and get them to surrender. The Turks, in fact, were threatening the British colonial possessions in the Middle East and Mesopotamia, costing a huge expenditure by the English in terms of troops. The English confided in the paucity of the Turkish army. The campaign instead turns into a tragedy. Stranded on the coast, in gruelling trench warfare, the British soldiers, with Australian and New Zealand troops in their ranks are forced to retreat, after months of fruitless assaults.

Meanwhile on the eastern front the opposing forces have mixed success. The line fluctuates often, shifting now due to a victorious Russian advance, and soon after a victorious counter-offensive of the Central Powers. For the duration of the war on the Eastern front, unlike the West, the scenario unfolded through great offensive troop movements, alternating moments of trench warfare to mobile warfare: the wide open spaces of the Eastern plains and the different quality of the Russian army compared to that of the allies, the British and French, in terms of modern weapons, allowed this hybrid situation.

Simultaneously with the military battles, the diplomatic clashes continued. Austria-Hungary tried in various ways, even with generous territorial concessions, first to involve Italy in the conflict, and then to keep it neutral, by which time the hint of a change of alliances was revealing itself on the horizon. All offers were rejected, however. The Kingdom of Italy was heading toward a secret agreement with France, England and Russia. The agreement signed secretly in London provided an Italian descent into the war by June 1915. For the propaganda it was the natural continuation of the wars of the Risorgimento, all fought against Austria. Italian squares became the stage for fervent demonstrations. In the streets as in parliament the boisterous interventionists prevailed.

So it was that Italy entered the war with an army not prepared for the modern warfare that was already being experimented on other European fronts the past year.

At the head of the Royal Italian Army is a General who will be much talked about for his tactics and ideas, for his character and approach to war: Luigi Cadorna. His plan was simple. While on the Trentino front fighting a defensive war, the bulk of the Italian troops would march to the east, in the direction of Ljubljana, to fall behind the Austrian army deployed in the Balkans. The triumphal march Italian would thus liberate those unredeemed lands, Gorizia and Trieste. The propaganda wanted them annexed to Italy to complete the unification process begun in Piedmont in 1848. But things did not go as planned.

The Italian army proves unprepared, both militarily and mentally to this new kind of warfare. The strategic concepts are obsolete, modern weapons are scarce. The few Austrians in the front line have easy life repelling the first waves of the Italian offensive. Once a wide strip of indefensible land had been vacated, the Austrians withdrew to the altitudes, where fortified defensive lines had long been prepared.

Another factor that the great propagandists and politicians had not foreseen was the indifference, if not hostility of the population of the countries "liberated" by the Italians, who did not give the soldiers that triumphal reception that had been forecasted. These women, elders and children had fathers, sons and husbands wearing the Austrian uniform at the front, and often experienced the Italian advance as an invasion. The unredeemed population was a much smaller percentage.

In 1915 the Italian army unleashes four offensives on the Friuli front, one bloodier than the other, in an attempt to undermine the Austrian defensive lines. The names of the Sabotino, the Podgora, of San Michele, the Sei Busi, the Carso start to become increasingly mentioned and repeated in the bulletins, newspaper articles and reports. These are all places strongly guarded by the Austrians placed on the defensive, who even retain two bridgeheads beyond the Isonzo, at Tolmin and in Gorizia, to defend these two important restocking areas served by railway.

The Italian war thus develops in attacks from the low ground upwards, towards the fortified enemy positions, equipped with barbed wire for protection. For over a year the barbed wire would represent an insurmountable problem for the Italian troops, who did not have the sufficient technical means to open useful gaps.

The battles of 1915 are the most terrifying, because often fought with out dated tactical concepts: it was not unusual, in the big attacks, to advance in close ranks, with the band playing and the officers with drawn swords at the head, against embedded machine guns, modern artillery and cement trenches. It was the year of pliers to cut the barbed wire, the ugliness of trench warfare, the year of shattered illusions. Even in Italy those who believed in a quick war against an opponent in trouble, would soon change their mind.


1916



Il 1916 è l’anno delle grandi offensive che cambieranno il volto della guerra, che rimarranno nella memoria storica di ogni paese. La guerra cambia volto definitivamente, diventa guerra di massa, guerra totale, che coinvolge linea del fuoco, retrovie, l’ambiente, riducendo un’ampia fascia di terreno in un terreno lunare cosparso di crateri, fango ed esalazioni gassose, così come il fronte interno, tutto volto a partecipare attivamente allo sforzo bellico.

Il 1916 si inaugura con il definitivo sgombero da parte degli alleati della penisola di Gallipoli, a seguito di una campagna militare disastrosa. Ma questo è soprattutto l’anno della battaglia di Verdun, il grande attacco tedesco che avrebbe dovuto spezzare, insieme alla linea francese, anche il morale nemico, in una battaglia infernale combattuta appositamente per consumare fino all’osso l’esercito francese. Si tratta della battaglia più grande dell’intero conflitto, dove si sperimentò la vera guerra totale. Sempre legata alle vicende che si svolgevano a Verdun è la battaglia scatenata dagli inglesi sul fronte del fiume Somme, volta ad alleggerire la pressione tedesca in quel mattatoio che era diventato il fronte intorno alla cittadina francese. Entrambe le offensive, quella tedesca a Verdun e quella inglese sulla Somme si risolvono in un nulla di fatto, nell’anno che giustamente può dirsi l’apoteosi della guerra di materiale. Il fallimento dell’attacco a Verdun costò il posto al Capo di Stato Maggiore tedesco von Falkenhayn, che venne così sostituito dal generale von Hindenburg e dal suo braccio destro von Ludendorff, due dei protagonisti assoluti della guerra.

Dell’agosto 1916 è anche l’entrata in guerra della Romania, che con il suo numeroso esercito, schieratosi a fianco dell’Intesa, pensava di far pendere la bilancia del conflitto nettamente a sfavore degli Imperi centrali. Si trattò invece di una decisione disastrosa. Forze combinate austro-tedesche ottomane e bulgare, in un vero e proprio preludio alla Blitzkrieg della Seconda guerra mondiale, stritolano in poche settimane le male armate forze rumene.

Anche sul fronte italiano il 1916 rappresenta un anno chiave. Dopo i grandi assalti sul fronte isontino, che hanno portato a ben quattro grandi offensive, si combatte a marzo una quinta battaglia d’attacco, che porta agli italiani i soliti modesti avanzamenti a fronte di perdite elevatissime. In campo austriaco però è in preparazione un’offensiva, proveniente invece dal fronte trentino, volta a liquidare una volta per tutte le forze italiane. Il piano, elaborato negli anni dal Capo di Stato Maggiore austriaco generale von Conrad, prevede un’offensiva in profondità, sfruttando le buone basi di partenza austriache sul fronte degli altipiani, con obiettivo la pianura veneta, per raggiungere Venezia e il mare, e tagliare così le vie di comunicazione italiane con il grosso del Regio Esercito schierato sull’Isonzo. Si tratta di un buon piano, che se avesse funzionato avrebbe messo in seria difficoltà il prosieguo della guerra italiana. Colti di sorpresa, gli italiani, inizialmente, cedono in vari punti della linea, aprendo pericolosi vuoti nello schieramento. Errore del comando della I armata italiana fu quello di confidare troppo sulla resistenza della prima linea, senza curare così la costruzione di linee difensive arretrate per assorbire l’urto dell’attacco austriaco. Richiamate truppe e artiglierie in tutta fretta dal fronte dell’Isonzo, il Regio Esercito riesce a tamponare la falla appena in tempo. Gli austriaci furono fermati proprio sull’orlo meridionale dell’altopiano di Asiago. Una veloce controffensiva italiana, poi, riuscì a rioccupare in breve tempo buona parte del terreno perduto sul fronte trentino e degli altipiani. Gli austriaci però nel frattempo avevano costruito una solida linea difensiva che andarono prontamente a guarnire: si trattò della linea che inutilmente fu attaccata per tutto il 1917. La maestria austriaca nell’arte difensiva aveva avuto nuovamente ragione degli attacchi italiani.

Ben presto il ciclone della guerra tornò ad interessare il fronte dell’Isonzo. Cadorna stava da tempo progettando una grande offensiva, che si differenziasse da quelle precedenti sul piano tattico. Dal giorno dell’entrata in guerra l’esercito italiano aveva subito un profondo processo di ammodernamento. Il grande ostacolo dei reticolati, che da più di un anno assillava i comandi e consumava i reparti in inutili assalti, fu risolto con l’adozione di una nuova arma: la bombarda, un pezzo d’artiglieria a tiro curvo e i cui proiettili erano dotati di una esplosiva fortissima, capace di svellere gli ordini di reticolati e di spianare le trincee.

Molti dei tratti di fronte più ostici fronteggiati dagli italiani furono studiati con perizia, per individuarne i punti deboli da far battere alle bombarde. Per la prima volta si studiava un metodo d’attacco che risparmiasse più vite umane possibili. Fu un netto passo avanti.

Mentre si pianificava ed organizzava questa offensiva, però, avvenne un fatto che sconvolse gli animi di comandi, soldati e dell’opinione pubblica. Per alleggerire la costante pressione italiana sul fronte del monte San Michele, gli austriaci, nella notte del 29 giugno, sperimentarono per la prima volta sul fronte italiano la guerra chimica, inondando le posizioni italiane con gas asfissianti. I soldati italiani, dotati di protezioni antigas non efficaci, muoiono a migliaia: più di 6.000 morti in poche ore. Ma la pronta reazione delle riserve riesce a contenere l’avanzata austriaca, che si risolve così in un nulla di fatto. La guerra anche sul fronte italiano ha assunto quel carattere brutale e distruttivo che aveva già toccato gli altri grandi fronti europei.

I primi di agosto si concretizza finalmente la grande offensiva italiana contro il fronte di Gorizia. Sotto i colpi delle bombarde cadono in mani italiane i grandi baluardi difensivi austriaci del Sabotino, del Podgora, di Oslavia e del San Michele: la soglia di Gorizia è forzata, gli italiani, dopo oltre un anno di guerra, conquistano la cittadina adagiata sull’Isonzo, facendo per la prima volta un significativo sbalzo in avanti, da Gorizia al mare. Si tratta però di un’illusione: gli austriaci ad est della città e sul Carso hanno già pronte altre linee difensive ben solide. A poco valsero altre tre offensive scatenate dagli italiani su questo fronte nell’autunno, dette “Le spallate”. Anche se duramente messe alla prova le nuove difese austriache reggevano, rivelando, ove c’erano dei cedimenti, altre posizioni fortificate già pronte. Anche sul fronte italo-austriaco la guerra faceva il suo corso ciclico: attacchi, contrattacchi e nuove posizioni da conquistare.


1916 is the year of the great offensives that will change the face of war, that remain in the historical memory of each country. The war changes its facet permanently, becoming a war of the masses, a total war, involving the firing line, the rear guard, the local environment, reducing large sections of land into lunar terrain dotted with craters, mud and gas fumes, as well as the internal front, all designed to take an active part in the war effort.

1916 opens with the final evacuation of the Gallipoli peninsula by the allies, following a disastrous military campaign. But this is above all the year of the Battle of Verdun, the great German attack that was supposed to break the French line as well as the enemy morale, in a hellish battle fought specifically to consume to the bone the French army. This is the biggest battle of the entire conflict, where the massiveness of the war was truly experienced. Also linked to the events that took place in Verdun is the battle waged by the British on the front of the river Somme, in order to decrease the German pressure that had built on the front around the French town and that was causing carnage. Both offensives, the German and English at Verdun on the Somme were resolved in a stalemate, in the year that can rightly be called the apotheosis of the material war. The failure of the attack on Verdun cost the Military Chief of the Germans, General von Falkenhayn, his position, thus being replaced by General von Hindenburg and his right arm von Ludendorff, two of the war’s greatest protagonists.

In August 1916 Romania also joins the war, deploying its large army alongside the Entente, theoretically tipping the balance of the conflict heavily against the Central Powers. It was instead a disastrous decision. The combined forces of the Ottomans, Austro-Germans and Bulgarians, in a real prelude to the Blitzkrieg of World War II, crushed in a few weeks the poorly armed Romanian forces.

Also on the Italian front 1916 is a key year. After the heavy assaults on the Isonzo Front, which led to four major offensives being fought, in March a fifth attacking battle was undertaken, leading to the usual modest advances in the face of extremely high losses for the Italians. The Austrians however, were in preparation for an offensive of their own, coming instead from the Trentino front, to eliminate once and for all the Italian forces. The plan, developed over the years by the Chief General of the Austrians von Conrad, provided an in depth offensive, taking advantage of favourable starting points on the Austrian front on the highlands, aiming for the Venetian plain, to Venice and the sea, therefore cutting the lines of communication with the bulk of the Italian Royal Army deployed on the Isonzo. It was a good plan, and had it worked it would have put into serious trouble the rest of the Italian war. Taken by surprise, the Italians initially yielded various points of the line, opening up dangerous gaps. The Italian Army’s commanders erred relying too much on the strength of the first line, foregoing the construction of defensive lines in the rear to absorb the brunt of the Austrian attack. Hurriedly calling up troops and artillery from the Isonzo front, the Royal Army plugged the gap just in time. The Austrians were stopped just shy of the southern edge of the Asiago plateau. A quick Italian counter-offensive reoccupied much of the lost ground in terms of Trentino and the highlands. The Austrians, in the meantime, had built a solid defensive line that they promptly manned: it was the line that was unsuccessfully attacked throughout 1917. The Austrian mastery in the art of defence had again succeeded in the face of the Italian attacks.

Soon the storm of the war returned to the Isonzo Front. Cadorna had long been planning a major offensive, which differed from the previous ones on a tactical level. From the day of entry into the war the Italian army had undergone a profound process of modernization. The biggest obstacle of barbed wire, which for more than a year had haunted the commanders and taken unnecessary casualties during the assaults, was solved with the adoption of a new weapon: the bombard, a piece of small artillery, to throw in a curved trajectory and whose projectiles were equipped with strong explosive, able to flatten the barbed wire and pave the trenches.

Many of the lines that had been the most difficult faced by the Italians were studied with expertise, to identify weaknesses and direct the bombards. For the first time he studied a method of attack that would spare as many lives as possible. It was a clear step forward.

While he planned and organized this attack, however, an event took place that shocked the minds of commanders, soldiers and the public opinion. To ease the constant pressure on the Italian front of Mount San Michele, the Austrians, in the night of the 29th of June, experimented chemical warfare for the first time on the Italians, flooding the Italian positions with poison gas. The Italian soldiers, with no effective protection from the gas, died by the thousands: more than 6,000 in just a few hours. But the prompt reaction of the reserves contained the Austrian advance, and the battle resolved in a stalemate. The war on the Italian front took on the brutal and destructive character that had already reached the other major European fronts.

The 1st of August marks the last great Italian offensive on the front of Gorizia. Under the blows of the Italian mortars the big defensive bulwarks of the Austrians, Sabotino, the Podgora, Oslavia and San Michele fall into Italian hands: the Gorizia threshold is broken by the Italians, after over a year of war, conquering the town situated on the Isonzo, and for the first time making significant gains forward, from Gorizia to the sea. But this is an illusion: the Austrians to the east of the city and the Karst region have already prepared other very solid defensive lines. Little was gained by the three more offensives unleashed by the Italians on this front in the fall, called "The shoulder push". Although severely tested the new Austrian defences held up, revealing where there were settlements, other fortified positions at the ready. The war ran its cyclic course also on the Italian-Austrian conflict: attacks, counterattacks and new positions gained.


1917



Il 1917 è detto anche “annus horribilis” o “annus mirabilis” della guerra. Si tratta senza dubbio dell’anno decisivo, l’anno in cui la guerra raggiunge il suo apice di intensità su tutti i fronti, dove si sperimentano gli ultimi ritrovati in fatto di tecnica e di tattica. Ma il 1917 è soprattutto l’anno della guerra sottomarina ad oltranza, dichiarata dalla Germania, soffocata dal blocco navale alleato. Con i suoi moderni sommergibili la Germania colpiva sistematicamente qualsiasi imbarcazione capitasse nel raggio di azione dei suoi U-Boote, minacciando così gli interessi economici di tutti i paesi, anche quelli neutrali. Questo atteggiamento aggressivo indusse diversi paesi del nuovo continente a dichiarare guerra agli Imperi centrali. Fra questi spiccano gli Stati Uniti, che dopo un forte dibattito interno, approvarono l’entrata in guerra a fianco dell’Intesa. Un’Europa totalmente dissanguata non avrebbe fatto comodo a nessuno: un commercio stagnante e l’impossibilità di ripianare i debiti di guerra avrebbero causato una crisi economica mondiale.

Solo nel 1918 però il potenziale americano si rivelò in tutta la sua forza. La presenza militare degli Stati Uniti comunque si fece sentire con il tempo. Su questo contavano molto anche i tedeschi, soprattutto dopo le notizie che giungevano dalla Russia, in preda alla rivoluzione. Ben presto, con l’abdicazione dello Zar e con la rivoluzione di ottobre, la Russia fu man mano sempre meno attiva nel conflitto. Gli imperi centrali riuscirono così a svincolare dal fronte orientale sempre più truppe per guarnire il fronte occidentale e per dare un’impronta diversa alla guerra sui cosiddetti fronti minori.

La prima metà del 1917 infatti era stata caratterizzata sul fronte occidentale da una grande offensiva francese pianificata dal nuovo Capo di Stato Maggiore transalpino, generale Nivelle. Le grandi aspettative però furono presto frustrate. La grande offensiva primaverile di Nivelle sullo Chemin des Dames, sul fiume Aisne, si rivelò un autentico fallimento, gettando l’esercito francese in una situazione delicatissima. I continui attacchi inutili ed i turni di trincea durissimi portarono diversi reparti francesi sull’orlo della rivolta: si moltiplicarono episodi di insubordinazione e di diserzione. Solo l’allontanamento di Nivelle dal comando e una serie di feroci rappresaglie riportarono l’ordine fra le fila francesi.

Anche in Italia la guerra proseguiva sugli stessi binari del 1916: gli italiani imbastirono due possenti offensive, fra maggio e agosto 1917, la decima e l’undicesima battaglia dell’Isonzo. Fronti d’attacco delle truppe italiane furono, come di consueto, il Carso, dove ormai le brigate si consumavano ciclicamente, e i rilievi montuosi a nord di Gorizia, nel tentativo di aggirare da nord le difese di fronte alla città, dove gli attacchi italiani si erano infranti da più di un anno, e da sud la piazzaforte di Tolmino, che resisteva, intoccata e intoccabile, dall’inizio della guerra sul fronte italiano. I progressi italiani furono importanti. In particolar modo nell’undicesima battaglia dell’Isonzo, detta anche battaglia della Bainsizza, le truppe italiane, in un concentramento di forze mai visto prima sul suolo italiano, si impossessarono del grande altopiano della Bainsizza, dal quale contavano poi di fare lo sbalzo decisivo verso le retrovie austriache. La linea austriaca, però, arretrava, si arcuava, ma non si rompeva. In un prodigio di destrezza militare, il generale Boroevic, con il suo staff, riusciva a mantenere inalterato il suo schieramento, pur iniziando a dare notizie allarmanti al proprio alto comando. Un’altra offensiva di questo genere, di questa intensità, e la 5^ armata non sarebbe più riuscita ad arginare la marea italiana.

Fu anche per questo motivo che fu dirottata nell’alto Isonzo un’intera armata tedesca per dare man forte agli austriaci. Con l’arrivo di queste truppe gli alleati, congiunti, austro-tedeschi, furono in grado di imbastire una poderosa offensiva per liberarsi definitivamente degli italiani. Come fronte di irruzione fu scelto, non a caso, l’alto Isonzo. Base di partenza dell’attacco fu la testa di ponte di Tolmino, che da anni rappresentava una vera e propria spada di Damocle sulla testa del Regio Esercito sul fronte isontino. Addestrate con le nuove tecniche d’attacco ad infiltrazione, fu facile per le truppe d’assalto tedesche d’elite sfondare le linee italiane in quel tratto di fronte, abbarbicate in posizioni impossibili da difendere. La mentalità italiana, difatti, non permetteva ai reparti di abbandonare posizioni conquistate anche se insostenibili ed indifendibili. Del resto la guerra italiana era prevalentemente d’attacco e non badava alla difensiva.

Il fronte dell’alto Isonzo collassò su sé stesso, anche a causa di un cattivo impiego delle riserve disponibili. Presto la falla causata dall’attacco austro-tedesco, che aveva interessato anche l’area di Plezzo, dove erano nuovamente stati utilizzati i gas asfissianti, fu irreparabile a tal punto che all’intero schieramento italiano nel Friuli orientale, dall’alto Isonzo al mare fu ordinato il ripiegamento sul fiume Tagliamento, per assumere una posizione difensiva forte ed arginare l’offensiva austro-tedesca.

Anche il fronte del Tagliamento però risultò ben presto troppo debole. La rotta di alcuni reparti, l’infiltrazione di alcune punte tedesche fra le linee italiane e soprattutto il grande stato di confusione che regnava dalle singole unità all’alto comando, fece sì che ben presto fosse ordinato un ulteriore ripiegamento al Piave. Questo ripiegamento interessò quindi anche le truppe italiane schierate in Carnia e la IV armata posizionata in Cadore e nelle Dolomiti. Si trattò di un movimento all’indietro di centinaia di migliaia di uomini, cha andò ad intasare le strade, già ricolme di profughi e sbandati.

Questa battaglia prese il nome di Caporetto, dalla cittadina nelle primissime retrovie italiane sull’alto Isonzo dove si ricongiunsero le punte avanzate tedesche. Per anni la battaglia di Caporetto è stata sinonimo di disfatta, di fatto poco onorevole, sulla traccia delle prime dichiarazioni del Comando Supremo italiano che addossava tutta la colpa della sconfitta al contegno delle truppe, che si erano arrese senza combattere. Recenti studi hanno dimostrato quanto questa sia una menzogna: le truppe italiane si batterono bene nell’occasione, venendo semplicemente sovrastate da nemici che agivano con modalità d’attacco innovative e dotate di armi all’avanguardia. Gli italiani, al contrario, si trovavano difensivamente in posizioni sfavorevoli e quindi non poterono fare altro che subire il contraccolpo di questa grande offensiva avversaria. Se possono essere addossate delle colpe, queste sono dei comandi, che mal gestirono il momento di crisi.

Che l’esercito non avesse volutamente ceduto al nemico è comprovato dalle innumerevoli battaglie disperate combattute durante la ritirata dalle truppe italiane, nonché dalla grande battaglia d’arresto combattuto fra dicembre 1917 e gennaio 1918, che fermò l’avanzata travolgente austro-tedesca sulla nuova linea difensiva sul massiccio del monte Grappa e lungo il corso del Piave.


1917 is also known as the "annus horribilis" or "annus mirabilis" of the war. It is undoubtedly a decisive year, the year when the war reaches its peak intensity on all fronts, where the latest advances in technology and tactics are displayed. But 1917 is above all the year in which Germany used submarine warfare, to break free from the suffocating blockade it was suffering. With its modern submarines Germany systematically struck any vessel that passed within range of its U-boat, thus threatening the economic interests of all countries, even the neutral ones. This aggressive stance led several countries of the new continent to declare war on the Central Powers. Most notable were the United States, which after a sharp internal debate, approved the descent into the war alongside the Entente. A totally drained Europe would have been useful to no one: a stagnant market and the inability to repay the war debts would have caused a global economic crisis.

Only in 1918, however, the American potential turned out in full force. The military presence of the United States was only felt over time. The Germans were counting on this as well, especially after the news that came from Russia, in the throes of revolution. Soon, with the abdication of the Tsar and the October Revolution, Russia was gradually becoming less active in the conflict. The Central Powers were able to disengage troops from the Eastern Front and move more troops to replenish the western front and rethink the effort in the so-called minor fronts.

The first half of 1917 on the Western Front was characterized by a major offensive planned by the new French chief of staff, General Nivelle. The high expectations were soon frustrated. The big spring offensive of Nivelle on the Chemin des Dames, on the river Aisne, proved to be a huge failure, throwing the French army into a very delicate situation. The constant attacks and long shifts in the trenches brought several French divisions on the brink of revolt, multiple incidents of insubordination and desertion. Only the removal of Nivelle from command and a series of fierce reprisals restored order among the French ranks.

Even in Italy the war continued on the same track as in 1916: the Italians undertook two powerful offensives, between May and August 1917, the tenth and eleventh battles of Isonzo. Pronged attacks by the Italian troops were, as usual, the Karst, where the brigades were consumed cyclically, and the mountain ranges north of Gorizia, in an attempt to circumvent from the north the defences in front of the city, where the Italian attacks were being repelled for more than a year, and from the southern stronghold of Tolmino, which resisted, untouched and untouchable, since the war on the Italian front began. Italian progress was significant. Especially the eleventh Isonzo battle, also known as the Battle of Bainsizza, Italian troops, in a concentration of forces never seen before on Italian soil, took possession of the great plateau of Bainsizza, from which they then counted on making a decisive push to the rear of the Austrians. The Austrian line, however, backed away, arched, but never broke. In a feat of military dexterity, General Boroevic and his staff held his army together, while also preparing the high command for the alarming news that another attack of this magnitude by the Italians, and the 5th army would no longer be able to stem Italian tide.

It was for this reason that an entire German division was diverted to the high Isonzo to aid the Austrians. With the arrival of these troops, the joint Austro-Germans were able to strike up a massive offensive to permanently get rid of the Italians. Not surprisingly, the high Isonzo was the chosen target for the attack. The starting point of the attack was the bridgehead of Tolmino, which had been a real sword of Damocles over the heads of the Italian Army on the Isonzo front for years. Trained with new attacking and infiltration techniques, it was easy for the German elite troops break through the Italian lines in that stretch of the front, perched in impossible positions to defend. The Italian commanders’ mentality, in fact, did not allow troops to abandon positions even if untenable and indefensible. Moreover, the Italian war effort was mainly offensive and paid no attention to the defences.

The front of the high Isonzo collapsed on itself, partly because of bad use of the available reserves. Soon the hole caused by the Austro-German attack, which had also affected the area of Bovec, where they again used the poison gas, was beyond repair to the point that the entire Italian deployment in eastern Friuli, from the Isonzo sea was ordered back to the river Tagliamento, to take a strong defensive position and stem the Austro-German offensive.

Even the new front on the Tagliamento proved soon to be too weak. The routed troops of some divisions, the infiltration of some German troops between the Italian lines and especially the great state of confusion that reigned from the individual units to the high command, meant that soon a further retreat to the Piave was ordered. This retreat by then also affected the Italian troops deployed in Carnia and the Fourth Army located in Cadore in the Dolomites. It was a backward movement of hundreds of thousands of men, clogging the streets already filled with refugees and stragglers.

This battle became known as the Caporetto, the very first Italian town on the high Isonzo where it re-joined the German outposts. For years the battle of Caporetto was synonymous with defeat, in fact dishonourable, on account of the first statements of the Italian Supreme Command that skirted all the blame for the defeat on the attitude of the troops, who had surrendered without a fight. Recent studies have shown this is a lie: the Italian troops fought well in the occasion, being simply dominated by enemies who employed innovative modes of attack and equipped with cutting-edge weapons. The Italians, on the contrary, were defensively in unfavourable positions and thus could not help but suffer the backlash of this great offensive push. If faults can be found, these lie in the commanders that badly managed the crisis.

That the army had not deliberately surrendered to the enemy is proven by the countless desperate battles fought during the retreat by the Italian troops, as well as the great stoppage battle fought between December 1917 and January 1918, which halted the overwhelming advance of the Austro-Germans on the new defensive line established on the massif of Mount Grappa and along the Piave.


1918



Il 1918 è l’anno del tutto per tutto. La Germania gioca le proprie ultime carte sul fronte occidentale con le grandi offensive progettate dal duo Hindenburg Ludendorff e condotte con le truppe fresche provenienti dal fronte russo e rumeno, ormai dismessi, nonché con la vittoriosa armata del generale von Below che aveva aiutato gli austriaci contro gli italiani a Caporetto.

Le grandi offensive di Ludendorff volevano sfondare il fronte occidentale prima che l’afflusso delle truppe e dei materiali americani facesse sentire il suo enorme peso. Questi attacchi furono condotti con le nuove tattiche sperimentate prima in Romania poi in Italia, con successo.

Anche sul fronte occidentale queste nuove metodologie d’attacco crearono grande scompiglio fra le linee nemiche attaccate. Fu solo grazie all’abbondanza e ad un abile uso delle riserve che il comando franco-inglese riuscì ad arginare queste puntate offensive, che spesso gettarono nel panico intere armate.

Sul fronte occidentale ormai si combatteva una guerra tutta singolare, in cui debuttarono i carri armati, che in questo 1918 diventano masse d’attacco e non più singoli esemplari all’attacco.

La Germania si dissanguò in queste offensive, vivendo un terribile momento di frustrazione quando le vide respinte. Le ultime carte vincenti a disposizioni del Reich tedesco erano state giocate senza successo: il ritorno offensivo degli alleati sarebbe andato a cozzare contro truppe tedesche stanche e provate, che non avrebbero retto a lungo.

Anche in Italia fino al giugno 1918 furono gli austriaci ad avere in mano l’iniziativa, nel tentativo di rompere la nuova linea italiana prima che il Regio Esercito ed il nuovo Comando Supremo, retto ora dal generale Diaz dopo l’esonero di Cadorna, fosse riuscito a riorganizzare efficacemente la massa degli sbandati.

Se l’Austria poteva avere ancora una superiorità di mezzi e di uomini nella prima metà del 1918 sugli italiani, la sprecò separando le sue direttrici d’attacco in tre, invece che concentrarle in una unica. Si trattò di un contrasto insanabile all’interno del comando austriaco, che portò ad una frammentazione eccessiva delle forze imperiali, perdendo così la possibilità di sferrare un unico colpo poderoso e vincente. Fu così che sia sull’Altopiano di Asiago che sul Grappa, sia sul Montello che lungo il corso del Piave, dopo una prima giornata di combattimenti, il 15 giugno, che vide gli austriaci vincitori, l’afflusso delle riserve ed una feroce resistenza da parte italiana, vanificarono gli sforzi austriaci una volta per tutte.

L’Austria, come la Germania, aveva visto il proprio fendente decisivo parato dalle difese avversarie e si ritrovava ora prona e frustrata in balìa degli eventi. Fu così che a fine ottobre 1918 il Comando Supremo italiano, su invito del Comando interalleato, imbastì un’offensiva finale per rompere lo schieramento austriaco e riprendere così l’offensiva generale dopo mesi di difensiva. L’ultima battaglia del fronte italiano, Vittorio Veneto, sull’onda delle controffensive alleate sul fronte occidentale, orchestrate principalmente dalle truppe americane, risultò vincente, andando a rompere la linea austriaca proprio a nord del Montello e gettando nel disordine le truppe austriache, più che mai col pensiero rivolto alle preoccupanti notizie provenienti dall’interno del proprio paese, che parlavano di sofferenze della popolazione per le restrizioni economiche ed alimentari imposte dalla guerra, operai in rivolta e governo allo sbando.

Fu in questo clima di sfacelo che si compì l’ultima offensiva italiana, contro un esercito ormai abbandonato dal proprio paese.

L’Austria-Ungheria si arrese il 4 novembre, firmando il famoso trattato di Villa Giusti, mentre l’11 novembre toccò alla Germania capitolare, dopo che il kaiser Guglielmo aveva abdicato.

La guerra aveva devastato l’Europa: milioni di morti, milioni di feriti e mutilati, debiti di guerra che nessuno sapeva come pagare, intere popolazioni in ginocchio e ridotte alla fame. Ad appesantire ulteriormente la terribile situazione si aggiunse una spaventosa epidemia di febbre spagnola, che mieté altri milioni di vittime fra civili e militari, debilitati dalle sofferenze imposte dalla guerra.

Anche per i paesi vincitori si poteva dire che vi fosse poco da festeggiare.

La conclusione ufficiale della guerra può dirsi la burrascosa assemblea dei rappresentati dei paesi vittoriosi a Versailles, che sancì le pesantissime condizioni di pace imposte ai paesi sconfitti, fra risarcimenti di guerra e spartizioni dei territori contesi. Sparivano dalla carta geografica una volta per sempre i quattro vecchi imperi di eredità ottocentesca, l’impero tedesco, l’impero russo, l’impero ottomano e l’impero austro-ungarico. Nasceva l’Europa delle nazioni.

Chi si aspettava un lungo periodo di pace, proprio nel ricordo di ciò che aveva comportato questa prima guerra mondiale, si sbagliava di grosso. Le umilianti condizioni di pace imposte, soprattutto alla Germania, e una pace che non soddisfaceva né vincitori né vinti gettò ben presto l’Europa fra le braccia dei nazionalismi, delle dittature e del terribile secondo conflitto mondiale.


1918 is the year of all in. Germany plays its last cards on the western front with the big offensive designed by the duo of Hindenburg and Ludendorff conducted with fresh troops from the Russian and Romanian fronts, now abandoned, and with the victorious army of General von Below that had helped the Austrians against Italians at Caporetto.

The great offensive of Ludendorff wanted to break through the western front before the influx of troops and materials from the Americans could make their enormous weight felt. These attacks were carried out with the new tactics, successfully tested, first in Romania and then in Italy.

Even on the western front these new methods of attack created great havoc among the enemy lines. It was only thanks to the skilful use and abundance of the reserves that the Franco-British command was able to stem these offensives that often threw entire armies into panic.

On the western front a singular war is being fought, with the debut of tanks, which in 1918 became mass attack units and not used individually.

Germany bled out in these offensives, experiencing terrible moments of frustration when rejected. The last trump cards held by the German Reich had been played without success: the counter offensive by the allies would go up against tired German troops, that would not stand for long.

Even in Italy, until June 1918, the Austrians held the initiative in an attempt to break the new Italian line before the Royal Army and the new Supreme Command, ruled now by General Diaz after the removal of Cadorna, managed to reorganize the mass of stragglers efficiently.

If Austria could still have superior means and men in the first half of 1918 on the Italians, they wasted the advantage separating the lines of attack in three, instead of concentrating them in a single one. This was an irreconcilable conflict within the Austrian command, which led to excessive fragmentation of the imperial forces, and the loss of the ability to deliver a single powerful winning blow. So it was that on the Asiago Plateau and on the Grappa, and in Montello along the Piave, after the first day of fighting, June 15th, saw the Austrians winners, however the influx of reserves and the fierce resistance from the Italians, rendered vain the Austrian efforts once and for all.

Austria, like Germany, had seen its decisive blow parried by the opposing defences and now found itself prone and frustrated at the mercy of events. So it was that in late October 1918, the Italian Supreme Command, at the behest of the inter-allied Command, produced its final offensive to break the Austrian camps and retake the upper hand after months on the defensive. The last battle of the Italian front, Vittorio Veneto, in the wake of the Allied counter-offensives on the Western Front, orchestrated mainly by American troops, proved successful, breaking the Austrian line just north of Montello and throwing the Austrian troops in disorder, troubled by the alarming news coming from within their own country, which spoke of the suffering of the population because of the food and economic restrictions imposed by the war, workers in revolt and the government in disarray.

It was in this atmosphere of decay that the last Italian offensive against an army abandoned their country was accomplished.

Austria-Hungary surrendered on November 4th, signing the famous Treaty of Villa Giusti, while on November 11th it was Germany’s turn to capitulate, after Kaiser Wilhelm had abdicated.

The war had devastated Europe: millions of deaths, millions of wounded and crippled, war debts that no one knew how to repay, entire populations on their knees, starving. To further complicate an already terrible situation a frightening epidemic of Spanish flu broke out, reaping millions more casualties among civilians and military, weakened by the hardships of the war.

Even for the victorious countries there was little to celebrate.

The official conclusion of the war can be said to be the contentious meeting of the representatives of the victorious countries in Versailles, which marked the heavy conditions of peace imposed on the defeated countries, including reparations and divisions of the disputed territories. Once and for all the four old empires of the nineteenth-century heritage, the German Empire, the Russian Empire, the Ottoman Empire and the Austro-Hungarian Empire disappeared off the map. A Europe of Nations was born.

Those who hoped for a long period of peace, in light of what had led to this First World War, were mistaken. The humiliating peace terms imposed, especially on Germany, and a peace that satisfied neither winners nor losers soon threw Europe into the arms of nationalism, dictatorships and the terrible Second World War.


Crocerossina



Un altro giorno è passato. Un altro giorno in cui dalle linee del fuoco sono arrivati nel nostro ospedale da campo tantissimi feriti. Non facciamo in tempo a prenderci cura dei feriti che subito ne giungono degli altri. Il lamento del ferito steso a terra è straziante da sentire, pieno di dolore e rassegnazione. Queste nuove armi provocano ferite disumane e terribili e chi ce la fa spesso rimane mutilato in maniera atroce, che forse la morte era meglio. E poi ci sono i gas...con i loro effetti mostruosi... Vorrei poter non vedere mai più tutto questo. Ma ora devo andare ne arrivano degli altri...



Another day has passed. Another day when from the lines of fire, many wounded come into our field hospital. We do not have time to take care of the wounded, that more of them arrive. The wailing of the wounded lying on the ground is heart breaking to hear, full of sorrow and resignation. These new weapons cause inhumane injuries and often those who survive remain atrociously mutilated, perhaps death would be better. And then there is the gas ... with its monstrous effects ... I wish I could never see this again. But now I have to go, more wounded are coming...


Soldato



Di che reggimento siete fratelli? Finalmente noi siamo scesi a riposo dopo un interminabile e terribile turno di trincea sul Carso. Non avete idea di che inferno sia! Notte e giorno, senza tregua, senza riposo. E quando non fischiano le pallottole austriache, o non si va all'assalto, è la sete che ci tormenta, sono i pidocchi, i topi, il fango, il puzzo dei cadaveri a rendere disumana la nostra condizione. Ora possiamo tirare un po' il respiro, ma sarà per pochi giorni...il tempo di accogliere le nuove reclute che arriveranno a sostituire i caduti che abbiamo lasciato lassù, insepolti, a brandelli, irriconoscibili, nella terra di nessuno. E la guerra continuerà...per quanto ancora?



What regiment are you from my brothers? We finally got to rest after a terrible and interminable shift in the trenches on the Karst. You have no idea what an inferno this is! Night and day, without respite, without rest! And when the Austrian bullets aren’t whistling by, or we are going on the assault, it is the thirst that torments us, the lice, mice, the mud, and the stench of the corpses that make these conditions inhuman. Now we can breathe a sigh of relief, but it is short lived... just the time to welcome the new recruits who will come to replace the fallen that we left behind, unburied, in tatters, unrecognizable, in no man's land. And the war will continue... for how much longer?


Ardito



Ho scritto a mio padre che sono diventato effettivo di un Reparto d'Assalto. Lui non era contento perchè prima stavo in un posto sicuro, ma io penso che se ci sono posti sicuri questi debbano essere dati agli anziani di guerra, non a noi giovani che siamo appena arrivati. Mi hanno fornito tutto l'equipaggiamento: il moschetto che si porta a tracolla, il pugnale e il famoso petardo Thevenot, che lo si lancia in piedi e poi via....ritrarsi di almeno quindici metri che le schegge fin lì arrivano....molte reclute credevano di venir a star più comodi ma l'esercitazione con i petardi han fatto cambiare idea a molti: un attimo di esitazione può costare la vita e così se ne sono tornati ai loro reparti. Ieri mattina c'è stato la prima esercitazione di noi neofiti: ero un poco emozionato ma quando mi sono trovato davanti alla prima trincea, sotto il fischio delle pallottole, il tiro della batteria e delle mitragliatrici mi sono tranquillizzato: è importante avere piena padronanza di se stessi se si vuole campare....sono strisciato poco a poco vicino ai reticolati ammaliato dagli scoppi da 65 che facevano affiorare dal terreno improvvise eruzioni di sassi e terra. Il momento più emozionante è stato quando balzati in piedi tutti i 150 arditi hanno lanciato ciascuno un petardo....e chi se non noi giovani, con il nostro coraggio e la nostra incoscienza data dell'età dovrebbe adempiere a codeste azioni pericolosi ed emozionanti al tempo stesso?!



I wrote to my father that I joined an Assault corpse. He was not happy because before, I was in a safe place, but I think that if there are safe places they should be given to the seniors, not to us youngsters who have just arrived. They have provided us with all the equipment: the musket that mounts over the shoulder, the dagger and the famous Thevenot flare, launched whilst standing and the away…. withdraw at least fifteen meters because that is as far as the splinters reach... most recruits believed things would be easy but as soon as the flares went up, they quickly changed their minds: a moment of hesitation can cost you your life, and so they returned to their stations. Yesterday morning we had our first exercises: I was a little excited but when I found myself in front of the first trench, under the whistling bullets, the blast of the machine guns, I felt reassured: it is important to have full control of yourself if you want to survive.... I crawled slowly near the barbed wire, captivated by the bursts of the 65mm shells that caused sudden eruptions of rocks and earth. The most exciting moment was when all 150 Arditi each threw a bombard.... and who else but us youngsters, with our courage and our defiance, given by our age, should fulfil these dangerous which are exciting at the same time?!


Alpino



Le montagne, ci videro protagonisti tra i ghiacci e le nevi che divennero ora rifugio ora tomba. Come aquile stavamo appollaiati sulle rocce e sulle cime, scrutando un bianco orizzonte, con il vento gelido che ci batteva nel collo e tramutava le nostre barbe in pezzi di ghiaccio, un silenzio irreale dove il minimo colpo riecheggiava assordante per molti minuti. Costruivamo città, tra i ghiacci e trincee tra le nevi e quando si andava all'assalto il sangue scorreva sulla neve candida...neanche le tute mimetiche bianche riuscivano a mascherare il nostro passaggio...ci siamo inerpicati là dove nemmeno i camosci si spingono su ripidi pendii di roccia dove guardare giù non si poteva, se si voleva arrivare in cima. Le montagne sono l'ambiente dell'alpino ma benchè fossimo uomini di montagna, quelle stesse cime furono nostre avversarie....quei boschi di abeti aperti davanti ai nostri occhi bruciavano dopo i colpi dell'artiglieria e il vento portava il fumo nei nostri occhi e le rocce riparavamo o uccidevano.... Questa era la guerra di montagna....



The mountains, they saw us as players in the ice and snow that now became the refuge, then the grave. Like eagles, perched on the rocks and peaks, looking at a white horizon, with the wind chill that struck in the neck and turned our beards to icicles, an eerie silence where the slightest shot deafeningly echoed for several minutes. We built cities between the ice and trenches in the snow, and when we went on the attack, the blood flowed on the white snow... even the white camouflage could not mask our passage... we climbed higher than even the chamois dared, pushing up on the steep slopes of rock where you could not look down if you wanted to get to the top. The mountains are the environment of the Alpini but though we were mountain men, those same peaks were our opponents.... those spruce forests before our eyes were burning after the artillery strikes, and the wind carried the smoke to our eyes, and the rocks either sheltered or killed.... This was the war in the mountains....


Duca d'Aosta



O invitti eroi della terza armata che ci udite, che ci conoscete, che ci amaste! Per l’immenso affetto che vi tenne uniti nelle file infrante dal fuoco ma ricongiunte dall’amore. Per la luce radiosa che vi illumino' nel buio abissale del Carso sulla via della morte e della gloria. Per la lacrima di pietà, sparsa nel fango della trincea raccogliendo lo spirito del compagno caduto mentre aspettavate l’ora fatale. Per l’amore! Per il dolore! Per la fede che tutti vi uni' in un sol fascio. Tutti di ogni contrada d’Italia di ogni classe sociale di ogni partito! Per le vittorie che rischiararono la vostra vita di guerra! Per i doni consacrati della vostra morte! Per i cimenti che sempre superaste! Per la visione dell’Italia vittoriosa che raddolci' gli spasimi della vostra agonia! Per il dolore delle madri! Per il pianto delle spose! Per le lacrime inconsce dei figli vostri. Fate, o martiri sublimi, che gli italiani moltiplichino le forze nel raccoglimento fecondo, consacrino le energie sul rude lavoro, rianimino gli spiriti in silenziosa vigilia per ricostruire la vita economica della Patria adorata. Fate o purissimi eroi, che la nuova forza d’Italia da voi germinata vi invigorisca di devozione profonda e di obbedienza fedele. Fate! O Santi dal Carso che l’Italia, una nei suoi confini finalmente conquistati; una nel suo tenace volere; una nel suo illuminato comando, sia sempre fiammeggiante di avvenire e di gloria! Amen



O invincible heroes of the Third Army, who hear us, who know us, who love us! For the immense affection that held you together when the line was broken by fire but held together by love. For the radiant light that illuminated YOU in the dark abyss of the Karst, on THE PATH TO DEATH AND GLORY. For the tears of sorrow, shed in the muddy trenches, comforting the fallen comrade, waiting for the fatal hour. For love! For the pain! By the faith that joined you all into a single bunch, from all the reaches of Italy, from all walks of life, from all parties. For the victories that highlighted your life at war. For the gifts of your life, consecrated by your deaths! For the ordeals that you always overcame. For the vision of a victorious Italy, softening the pangs of your agony. For the pain of the mothers! For the crying brides! For the unconscious tears of YOUR CHILDREN. Grant us, sublime martyrs, that the Italian forces multiply in fruitful meditation, devote your energies on hard work, replenish the spirits in SILENT vigil to rebuild the economy of the beloved mother country. Grant us, pure heroes, THAT the new force in Italy by you germinated, invigorate with deep devotion and faithful obedience. Grant us, O Saints of the Karst, that Italy, finally united in its borders, finally tenacious in its will; united in its enlightened leadership, be always BLAZING in its glory! Amen


Austriaco



Ormai è più di un anno che siamo qui attestati sul Carso. Il terreno ci dà grandi vantaggi: sembra proprio in certi punti di essere sugli spalti di una fortezza medievale. Gli italiani ci hanno attaccato, pesantemente. Poveri disgraziati! Facevano quasi pena nei primi tempi… venivano avanti contro le nostre mitragliatrici come degli incoscienti. Sembrava di fare il tiro al bersaglio! Che bagno di sangue! Nonostante la propaganda e sebbene si tratti dei nostri ex alleati che ci hanno voltato le spalle, ci stringeva il cuore ad ammazzarli in quella maniera! Ma ora stanno imparando a combattere. Se prima la loro artiglieria tirava a casaccio e spesso seguivamo con scherno le traiettorie sbagliate delle granate italiane, ora è tutto cambiato. Hanno quelle maledette bombarde che fanno un fracasso infernale. Le esplosioni ti scuotono le viscere e ti causano quel fastidioso ronzio alle orecchie che non smette più per giorni e giorni. E i loro attacchi… ora fanno paura davvero. Non vengono più avanti a casaccio, come prima… ora la cosa si fa seria… Solo la presenza dei miei commilitoni al mio fianco e le presa di coscienza che oltre la nostra linea di difesa, alle nostre spalle, non c’è più nessuno, ci fa rimanere in trincea a sparare, a combattere. Per quanto potremo resistere ancora? Per quanto la nostra bella 5a armata riuscirà nel miracolo difensivo che fino ad oggi è riuscita a portare avanti? Che Dio non distolga la sguardo da noi!



It is now more than a year that we are established on the Karst. The lay of the land gives us great advantages: it seems in some ways to be atop a medieval fortress. The Italians attacked us, heavily. Poor wretches! We almost felt sorry for them in the early days ... Heedlessly they would march against our machine guns. It was like shooting fish in a barrel! What a bloodbath! Despite the propaganda, and although these were our former allies who had turned their backs on us, we felt a chill in our hearts killing them in this manner! But now they are learning to fight. If before, their artillery was inaccurate and we often ridiculed the wrong trajectories of their grenades, now it's all changed. They have those damned bombs that make an infernal racket. Explosions shake you to the bone and cause that annoying ringing in the ears that will not stop for days. And their attacks... they are really scary now. They do not march ahead at random, as they did before... now it's getting serious... Only the presence of my fellow soldiers at my side and the realization that beyond our line of defence, behind us, there is nobody, keeps us in the trenches to shoot and fight. For how long can we resist? As beautiful as our 5th Army is, will it succeed in maintaining this defensive miracle, that so far, has managed to carry on? May God not divert His gaze from us!